I bus, i banchi, i tamponi La scuola condannata da otto mesi di errori La ricostruzione attraverso i verbali riservati del Comitato tecnico scientifico

Fonte:  La Repubblica – 13 gennaio 2021

La ministra dell’Istruzione e il governo sulla scuola sono arrivati sempre in ritardo, dai banchi al piano trasporti, all’assegnazione delle cattedre all’assunzione dei bidelli. In sedici regioni sono stati tenuti a casa gli studenti più grandi ma non è stata una questione di governatori traditori. «Lucia Azzolina si assuma le sue responsabilità», dice la segretaria della Cisl, Annamaria Furlan. La verità è che la scuola non era pronta, undici mesi dopo l’arrivo del coronavirus in Italia, a un rientro in presenza. L’insicurezza in classe — ora certificata da lavori statistici, epidemiologici — ha una data lontana in questo anno in cui non si poteva perdere un giorno. Il 4 aprile. È nei verbali del Comitato tecnico scientifico. Quel giorno, verbale 44, con l’epidemia già pandemia, le classi chiuse da un mese o un mese e mezzo, il Cts scriveva: «Nessuno dei modelli matematici prende in esame la riapertura delle scuole». E cinque giorni dopo, a una ministra che ipotizza ritorni in aula dopo Pasqua, il consesso ribadisce con garbo istituzionale: «Suggeriamo il mantenimento della sospensione dell’attività di didattica frontale fino all’inizio del prossimo anno scolastico ». Chiaro. Azzolina, nei salotti tv e pure nelle sedi istituzionali, insiste: proviamo a rientrare dopo le feste laiche, faremo una Maturità completa. No, non bocceremo nessuno. Si sofferma sull’anno in corso ritardando la preparazione alla riapertura scolastica di settembre. Glielo dice il mondo della scuola, il 13 aprile. Il suo sottosegretario, Giuseppe De Cristofaro, allora: «È il momento di trovare tre miliardi per la scuola italiana». (…) La ministra si oppone all’assunzione diretta di trentaduemila precari optando per il concorso in una fase di pandemia in discesa. Azzolina, poi, decide di prendere lo strumento con cui si regola l’arruolamento a scuola — le Graduatorie provinciali — e le trasforma in un file online. Idea con un senso, ma applicata — per 753.750 aspiranti insegnanti — il 22 luglio, fuori tempo massimo. Le due settimane di inserimento dati sono un incubo di “error” e curriculum gonfiati, le chiamate agli uffici scolastici si protrarranno per mesi con un filo conduttore: rese pubbliche la notte, saranno ritirate il pomeriggio successivo. Questi vuoti contribuiscono a rendere l’ottobre della pandemia in salita e dei prof in quarantena un puzzle da incubo: presidi stremati dal lavoro estivo non riescono a comporre l’orario, i ritardi delle Asl nel comunicare le positività lasciano le classi nude. Già, il ritardo, e le scelte estemporanee. Quando le Regioni rivelano che una legge del 1975 consente agli alunni di restare tutti in aula mantenendo un metro di distanza da bocca a bocca, il ministero dimentica il progetto di smezzare le classi e si affida ai banchi ristretti. Una lettera della ministra al commissario Arcuri, il 30 giugno, fa partire il bando più pazzo del mondo, chiuso, riaperto, richiuso: porterà i suoi 2,4 milioni di banchi a (quasi) tutte le scuole del Paese soltanto a novembre. Ma la scuola non era partita il 14 settembre? Nessuna discussione si avvia nel Paese sull’effetto aerosol in stanze chiuse. Nessun investimento sui filtri alle finestre, l’areazione forzata. Gli atti del Cts messi in fila ricordano che già al 23 giugno gli scienziati chiedono test sierologici per tutto il personale scolastico. La prima Regione a intervenire sarà il Piemonte, il 4 gennaio 2021. Di trasporto pubblico e orari da concertare con i presidi gli scienziati pubblici ne parlano la prima volta il 18 aprile 2020. I ministri De Micheli, Boccia, Speranza e Azzolina non apriranno un tavolo sul tema. Dovranno intervenire i prefetti. Tardi, troppo tardi.

Abstract articolo di Corrado Zunino

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