Quando sentiamo parlare di dispersione scolastica nei telegiornali, siamo abituati a pensare a cifre astratte, a percentuali macroeconomiche o a drammatici report europei. Ma la realtà dei fatti è molto più silenziosa e sfumata. La dispersione non inizia quasi mai con un abbandono improvviso e plateale in terza superiore; comincia molto prima, attraverso un progressivo processo di disaffezione, di assenze strategiche crescenti e di isolamento emotivo all’interno del gruppo classe.
I campanelli d’allarme che spesso nessuno ascolta
Uno studente che inizia a chiudersi in se stesso, che prende insufficienze ripetute senza mostrare reazione, che accumula ritardi e permessi di uscita anticipata sta lanciate un segnale di soccorso chiarissimo. Troppo spesso, schiacciati da carichi di lavoro burocratici asfissianti e da classi sovraffollate, i docenti non hanno il tempo materiale per cogliere questi segnali deboli, scambiando il disagio profondo per semplice pigrizia o mancanza di volontà.
Il ruolo fondamentale dei fondi PNRR contro la dispersione
Negli ultimi anni, i finanziamenti straordinari legati ai progetti ministeriali di contrasto alla dispersione scolastica hanno permesso a molti istituti, soprattutto nelle aree a forte rischio sociale del Mezzogiorno e delle periferie metropolitane, di attivare laboratori pomeridiani, sportelli di ascolto psicologico e percorsi di tutoraggio personalizzato. Quando la scuola offre alternative stimolanti e spazi di ascolto reali, i ragazzi rispondono con entusiasmo, dimostrando che nessuno vuole davvero rinunciare al proprio futuro.
Ricostruire il patto di fiducia tra istituzione e giovani
Sconfiggere l’abbandono scolastico richiede un cambio di passo culturale radicale: la scuola deve smettere di essere percepita come una matrigna severa che seleziona ed espelle chi non sta al passo, e tornare a essere il principale ascensore sociale del Paese. Solo offrendo un’istruzione inclusiva, attenta alle fragilità individuali e capace di dare un senso concreto al presente si potrà fermare l’emorragia silenziosa dei nostri giovani.
Sara Appolloni




