Così la scuola è condannata all’incertezza

Fonte: Corriere della sera – 11 gennaio 2021

Non basta predicare l’apertura delle scuole se non si è in grado di assicurare la sicurezza. Sei settimane è durato l’anno scolastico in presenza per gli studenti delle superiori: da metà settembre a fine ottobre, quando la curva del virus ha iniziato a rialzarsi. Questo senza che si levasse alcuna voce in loro difesa, salvo quella della ministra Lucia Azzolina, rimasta inascoltata per colpa dei troppi errori commessi nella riapertura, dai ritardi nelle consegne dei banchi al pasticcio delle graduatorie dei prof che ha lasciato gli studenti senza insegnanti. Dopo più di due mesi di lezioni da casa, oggi due milioni e mezzo di ragazzi avrebbero dovuto essere in classe, invece molti saranno in piazza a protestare. Avrebbe dovuto essere un ritorno in sicurezza — così prometteva il governo — grazie al piano predisposto con il coinvolgimento dei prefetti, Regioni, Comuni e Usr. Il problema è che uno ad uno i governatori si siano sfilati. Tanto che oggi soltanto gli studenti di Toscana, Abruzzo e Valle d’Aosta saranno sui banchi. Nessuno nega l’emergenza sanitaria e che anche l’Inghilterra e la Germania, che finora avevano resistito, hanno deciso di chiudere. Ma in nessun altro Paese europeo si è verificata una simile balcanizzazione. E’ mancata una presa in carico della scuola da parte del governo ai suoi massimi livelli e oggi gli  studenti e gli insegnanti chiedono anche con i sit-in di avere delle certezze. Non basta predicare l’apertura delle scuole se poi non è in grado di assicurare la necessaria sicurezza. A quali condizioni e quando potranno riaprire? Occorre subito fare chiarezza sulla legittima proposta di vaccinare prima i docenti in quanto categoria a rischio: significa che le scuole superiori non riapriranno fino ad allora?

Abstract articolo di Gianna Fregonara e Orsola Riva

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