Risorse, decisioni e risultati, questo è fare ricerca

Fonte: Corriere della Sera – 3 marzo 2021

Non si fa che parlare di ricerca quasi offrisse, in tempi di pandemia, una percezione salvifica rispetto a ciò che è difficile guarire. Anche la salute economica del nostro Paese ha bisogno di cure intensive e la ricerca è spesso evocata come una chiave di volta per occupazione e rilancio. In effetti questo è il suo ruolo in molti Paesi nel mondo. (…) Fare ricerca è una professione che vive su precise regole di comportamento entro un perimetro di responsabilità. Nasce dall’esigenza di rispondere a necessità e curiosità, cresce nel confronto e risponde a codici che ne misurano l’impatto. Implica quindi un’organizzazione solida e dinamica che sappia intercettare le domande e adattarsi agli obiettivi. Riducendo questi ultimi alla dimensione economica, ad esempio, ogni sterlina investita al Biomedical Research Centre di Oxford rende il 46% in profitti e posti di lavoro, tralasciando i benefici per la salute. La ragione per cui un tale rendimento è possibile in un’istituzione pubblica sta in larga misura nel principio in cui si radica la sua gestione. Accountability, cioè responsabilità su decisioni e risultati. Nei fatti, una delega di gestione attraverso cui la collettività affida risorse pubbliche — non solo denaro evidentemente — a persone in grado di restituirle il massimo beneficio. Un principio di responsabilità individuale e collettiva che ci è culturalmente ancora distante ma che in un anelito riformatore dovremmo fare nostro. Definire modello gestionale e principi sui cui si fonda è un passaggio essenziale per comprendere cosa significhi «fare ricerca» e superare la parziale stagnazione che ci caratterizza. Questo rimanda alle recenti considerazioni riportate dal Corriere su scarsa reputazione e attrattività dei nostri atenei nonostante il buon posizionamento nel ranking mondiale, autodenigrazione e necessità di una politica di internazionalizzazione. Aspetti che di certo non si risolvono con la vicinanza geografica all’Africa, il made in Italy e la buona cucina. Avere riconoscibilità di pari in una comunità significa condividerne principi e regole. (…) Le derivate sono molte ma due punti sono essenziali e interconnessi: reclutamento del personale e rapporto con il settore privato. Il nostro Paese delinea l’opportunità di reclutare un giovane promettente o un già noto scienziato sulla base di presupposti che hanno spesso poco a che fare con la ricerca, dentro i sepolcri imbiancati dei concorsi pubblici. Questo basta per chiudere il discorso sull’accountability prima di aprirlo. Differenziamo le carriere introducendo posizioni orientate a insegnamento e ricerca, e su questa base ridefiniamo le modalità di reclutamento perché non tutti fanno tutto. E apriamo alla cooptazione responsabile come in ogni altra istituzione internazionale. Lo stesso principio di responsabilità dovrebbe guidare la relazione pubblico-privato. Poco serve riaffermarne l’interesse se università e istituti di ricerca non trovano, nei fatti, un alleato nella Pubblica amministrazione che li avviluppa in vincoli e pregiudiziali timori di conflitti di interesse. Il Biomedical Research Centre, come centinaia di istituzioni nel mondo, ha tra i propri scopi il sostegno ai partenariati pubblico-privato per mantenere la posizione di eccellenza. Il settore privato diventa così interlocutore del pubblico riconoscendosi nei principi che non sono solo fare business, ma partecipare alla capitalizzazione delle risorse del proprio Paese e al ritorno sugli investimenti. I governi nel mondo vedono in essi opportunità per risolvere il coordinamento tra ricerca e mercato e nei Paesi in via di sviluppo per un più facile accesso a servizi ed educazione sanitaria. (…)

Abstract articolo di Giuseppe Lauria Pinter e Michele Bugliesi

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