Partecipare alla vita democratica della propria scuola attraverso i rappresentanti di classe, d’istituto e i consigli di classe dovrebbe essere la prima vera palestra di cittadinanza per ogni adolescente. Eppure, troppo spesso i momenti assembleari o le elezioni dei rappresentanti vengono vissuti dalla comunità scolastica con fastidiosa rassegnazione: un giorno di sospensione della normale didattica in cui si firma un foglio di presenza e si cerca di occupare il tempo nel modo meno noioso possibile.
Quando l’istituzione teme il dissenso giovanile
Le responsabilità di questa apatia diffusa sono condivise. Da un lato c’è una parte del mondo adulto e dirigente che guarda alle assemblee studentesche con diffidenza preventiva, temendo disordini, occupazioni o polemiche sterili, e che tende a svuotare gli organi di rappresentanza di qualsiasi potere decisionale reale. Dall’altro c’è il disinteresse dei ragazzi stessi, disillusi dall’idea che la propria voce possa davvero cambiare qualcosa nelle regole rigide dell’istituto.
Istituti virtuosi dove la voce degli studenti conta davvero
Ci sono però splendide eccezioni che dimostrano quanto la partecipazione studentesca possa essere un motore straordinario di innovazione. Istituti in cui i rappresentanti lavorano fianco a fianco con il preside e i docenti per ridisegnare il regolamento d’istituto, organizzare cineforum tematici, promuovere sportelli di supporto psicologico tra pari o coordinare raccolte solidali per il territorio. Quando i ragazzi vengono trattati da interlocutori adulti e responsabili, rispondono sempre con un senso di maturità sorprendente.
Rilanciare la politica scolastica come bene comune
Ridare dignità alla rappresentanza studentesca significa insegnare che la democrazia non è un concetto astratto da studiare sui libri di diritto, ma una pratica quotidiana faticosa e bellissima. Se la scuola saprà educare alla partecipazione e all’ascolto reciproco, avremo cittadini capaci di abitare la democrazia fuori dai cancelli con la stessa passione e lo stesso senso di responsabilità.
Sara Appolloni




