SULLA SCUOLA IL GOVERNO RISCRIVE IL DPCM: IN PRESENZA SALVO CONTESTI CRITICI. E SI ENTRA TUTTI ALLE 9

Scuola: il Governo stoppa i Governatori. “Scuola attività essenziale, misure restrittive previa comunicazione e solo in contesti critici”. Troppa la fretta dei Governatori nell’avocare a sé la decisione sulla didattica nelle scuole, sospetta la “manina” che ha cancellato la parola sindaci nel paragrafo su chi spetta l’ultima parola in caso di restrizioni alla scuola in presenza, sbrigativo l’atteggiamento della Regioni, che il giorno dopo l’ultimo DPCM, hanno introdotto la didattica a distanza in modo lineare, piuttosto che correre ai ripari sull’unica voce che sarebbe spettata a loro gestire: il trasporto scolastico. E così nella riunione di giovedì 22 ottobre, con i sindacati, il Governo si è presentato con un testo emendato soprattutto rispetto alla discrezionalità accordata ad inizio settimana sul ricorso a DAD e orari flessibili. Fermo restando l’entrata alle 9, funzionale a mettere una distanza temporale e quindi fisica tra i flussi lavorativi e quelli studenteschi sul trasporto pubblico, le Regioni che vorranno limitare la didattica in presenza dovranno chiedere una sorta di autorizzazione al Governo – leggi Ministero, o meglio Ministro di ferro Azzolina – e giustificarla sulla base del contesto critico dal punto di vista epidemiologico. Le modifiche al primo dettato del DPCM non sono solo queste ma è il capitolo scuola ad apparire il più rimaneggiato.

Leggiamolo nel testo definitivo: “fermo restando che l’attività didattica ed educativa per il primo ciclo di istruzione e per i servizi educativi per l’infanzia continua a svolgersi in presenza, per contrastare la diffusione del contagio, previa comunicazione al Ministero dell’istruzione da parte delle autorità regionali, locali o sanitarie delle situazioni critiche e di particolare rischio riferite agli specifici contesti territoriali, le istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado adottano forme flessibili, incrementando il ricorso alla didattica digitale integrata, che rimane complementare alla didattica in presenza, modulando ulteriormente la gestione degli orari di ingresso e di uscita degli alunni, anche attraverso l’eventuale utilizzo di turni pomeridiani e disponendo che l’ingresso non avvenga in ogni caso prima delle 9.00”. Eventuali misure poi non potranno essere adottate sine die ma sottoposte periodicamente a verifica alla luce del Piano Scuola, “allo scopo di garantire la proporzionalità e l’adeguatezza delle misure adottate”. Inoltre la scuola non si ferma: “Le riunioni degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche ed educative di ogni ordine e grado possono essere svolte in presenza o a distanza sulla base della possibilità di garantire il distanziamento fisico e, di conseguenza, la sicurezza del personale convocato. Il rinnovo degli organi collegiali delle istituzioni scolastiche può avvenire secondo modalità a distanza nel rispetto dei principi di segretezza e libertà nella partecipazione alle elezioni. Gli enti gestori provvedono ad assicurare la pulizia degli ambienti e gli adempimenti amministrativi e contabili concernenti i servizi educativi per l’infanzia. Stesso registro per le Università.

La resistenza del Governo, caldeggiata dal Ministro e sostenuta dal Movimento 5 Stelle, sembra segnare una discontinuità rispetto all’atteggiamento sulla scuola del primo lock down. Allora non c’era un piano di emergenza per garantire la presenza. In previsione di un prossimo venturo lock down il Governo sembra riaffermare che la scuola sia un’attività essenziale e che i Governatori devono allinearsi a questa linea, che appare di grande responsabilità. Dire con i fatti e non solo con le parole che la scuola è e rimane un’attività essenziale al pari di estetisti e parrucchieri, bar, ristoranti a salire fino all’ultimo codice Ateco, significa stanare chi preferirebbe lasciare aperti i primi a discapito della seconda, temendo i report sul prossimo trimestre del PIL e cadendo nell’imbarazzante fraintendimento di un uguaglianza fondata non sulla garanzia di un diritto per tutti ma nella negazione a tutti del diritto all’istruzione. Se intere generazioni accumuleranno un ritardo di due anni nella loro formazione, il problema per l’Italia purtroppo non potrà essere contenuto dalle stime economiche per diventare un gap di competitività nel capitale sociale.

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