Con le scuole chiuse più diseguaglianze tra gli studenti italiani Effetti sui livelli di apprendimento nel Paese in cui più a lungo le aule sono rimaste vuote. Il governo ha tutti i dati e dovrebbe pubblicarli

Fonte: la Repubblica 4 dicembre 2020

In Italia le scuole durante la prima ondata dell’epidemia sono rimaste chiuse per il periodo più lungo: 105 giorni contro i 67 della Spagna, i 60 del Regno Unito e della Francia, i 53 di Germania, i 48 dell’Olanda. In pratica è stato mezzo  anno scolastico. La scuola italiana si è trovata impreparata anche di fronte alla seconda ondata: non è stato messo a punto un piano di rotazione degli alunni in presenza, un progetto per lo scaglionamento degli ingressi né per il potenziamento dei mezzi pubblici che è rimasto sulla carta (secondo la ministra De Micheli sarebbe stato speso solo un terzo dei 300 milioni stanziati per potenziare i trasporti pubblici locali). Non è stata nemmeno promossa una campagna di informazione sui rischi di contagio cui gli studenti esponevano le loro famiglie non applicando rigidamente le comuni precauzioni su distanziamento e mascherine. Mancano inoltre dati certi sui contagi. Le scuole sono focolai significativi? È difficilissimo rispondere a questa domanda. Non è chiaro come siano stati selezionati gli istituti coperti dalla rilevazione (quelli con più contagiati?) e non si sa quanto i contagi siano cambiati nel tempo (sono cresciuti prima negli istituti che nella popolazione in generale durante la seconda ondata?). (…) Non conoscendo i dati non ci sentiamo di proporre quando e come dovrebbero riaprire le scuole. Chiediamo invece che si smetta di decidere al buio, tenendo ancor più all’oscuro chi dovrebbe giudicare queste scelte. Si rendano pubblici i dati raccolti dal ministero sui contagi, sulle assenze e sulle quarantene nelle scuole, dati che i dirigenti scolastici devono obbligatoriamente comunicare al ministero. Si facciano rilevazioni sull’uso del tempo anche al di sotto dei 18 anni (sorprendente che l’indagine svolta dall’Istat a maggio non ci abbia pensato). Si facciano appena possibile test volti a valutare i gap formativi accumulati in questi mesi e l’aumento della dispersione scolastica. Serviranno se non altro a definire meglio le attività di recupero e a selezionare chi dovrà essere prioritariamente coinvolto in queste attività.

Abstract articolo di Tito Boeri e Roberto Perotti

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