A scuola più che il prof empatico manca l’«insegnante motivatore»

Per il docente del terzo millennio la vera sfida è trovare strategie per coinvolgere, interessare, incuriosire lo studente nativo digitale

Ma siamo sicuri che, come ha suggerito qualche tempo fa Luciana Littizzetto, per non essere «impallinato» da studenti annoiati a lezione, come è capitato alla professoressa di Rovigo, un professore debba essere «empatico» e non piuttosto un «motivatore»?

Molti esperti di didattica e pedagogia sottolineano come la scuola del futuro si debba basare non solo sullo sviluppo delle competenze, ma anche sul consolidamento di soft skills: l’approccio tradizionale, infatti, perlopiù nozionistico-trasmissivo, non ha più presa sulle nuove generazioni, che appunto si annoiano.

Anzi, si fa sempre più strada l’ultima novità che piace tanto a tutti perché sembra la foglia di fico con cui il Braghettone nascose le vergogne della Cappella Sistina: l’uso «intelligente» dei videogiochi a scuola.

Siamo proprio sicuri che questa nuova tendenza, detta «gamification», dell’apprendimento, sia più motivante per gli adolescenti di oggi?

Sicuramente, la motivazione a imparare è un reale bisogno formativo manifestato dai docenti che verranno messi in ruolo nelle scuole di Milano e provincia nel corso di questo anno scolastico.

Chi finalmente riesce a raggiungere l’agognato traguardo del posto fisso nella scuola deve affrontare l’anno di prova e formazione, un percorso articolato che culmina con la discussione davanti a un Comitato di valutazione composto dal dirigente scolastico coadiuvato da tre docenti.

Per la formazione, i docenti neo-immessi sono chiamati a scegliere quali laboratori, organizzati su specifiche tematiche, frequentare, all’interno di un ampio ventaglio di proposte: l’Ufficio Scolastico Provinciale raccoglie i desiderata e organizza, delegando appositamente scuole selezionate, i laboratori che più hanno raccolto adesioni.

Il risultato finale è una cartina tornasole di ciò che i docenti, dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore, sentono come prioritario per il proprio lavoro in classe; dai dati raccolti, colpisce il gran numero di laboratori dedicati a questi due argomenti: «Buone pratiche di didattiche disciplinari per motivare gli studenti ad apprendere»; «Gestione della classe e dinamiche relazionali, con particolare riferimento alla prevenzione dei fenomeni di violenza, bullismo e discriminazioni».

Gli psicologi, in generale, concepiscono la motivazione come un processo o un insieme di processi che inizia, guida, supporta e infine termina una sequenza di comportamenti diretti ad uno scopo.

Nel nostro caso, lo scopo sarebbe imparare. 

La vera sfida, dunque, per il docente del terzo millennio è trovare strategie per coinvolgere, interessare, incuriosire lo studente che è nativo digitale, per far leva sulla motivazione come motore propulsivo dell’apprendimento.

Impresa non certo facile.

Se da una parte, come dicono gli esperti, c’è la motivazione intrinseca quando il discente prova autonomamente interesse, bisogno, desiderio, curiosità, piacere per e nell’imparare, la motivazione è estrinseca quando i motivi che stanno alla base dell’apprendimento non sono dovuti a fattori personali, autodiretti, ma hanno intimi legami con fattori esterni quali, per esempio, la gratificazione o la ricompensa da parte dell’insegnante; quando, cioè, sono legati a rinforzi eterodiretti.

La scuola, in questa prospettiva, andrebbe rivoluzionata per renderla più «motivante» ,accogliente e inclusiva.

Gaia Lupattelli

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