Educazione alla sessualità e consenso informato: come evitare che un tema virale diventi uno scontro ideologico

Parlare di affettività, relazioni e sessualità a scuola è una di quelle cose su cui ci si accapiglia da anni. C’è chi vorrebbe portare questi temi in ogni classe fin dalle medie e chi teme invasioni di campo nella sfera educativa delle famiglie. A metà settembre 2026, il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato la Nota prot. n. 4712 (legata alla Legge n. 104 del giugno scorso) per mettere dei paletti
molto chiari su un aspetto fondamentale: il consenso informato.

Trasparenza prima di tutto: cosa dice la Nota 4712 del Ministero

La regola è semplice e diretta: le scuole che intendono proporre progetti o laboratori che toccano la sfera della sessualità e dell’affettività devono informare preventivamente e in modo dettagliato le famiglie o gli studenti maggiorenni. Niente ‘sorprese’ all’ultimo minuto o incontri organizzati senza che i genitori sappiano esattamente chi parla, cosa viene detto e quali materiali vengono usati.

Come funziona nella pratica e cosa succede se uno studente ha 18 anni

Per evitare che tutto si riduca al solito polverone mediatico, la norma fissa una procedura precisa. La scuola deve inviare una scheda informativa almeno 15 giorni prima dell’inizio delle attività, spiegando chi sono gli esperti coinvolti (psicologi dell’ASL, operatori sociali, docenti interni) e quali argomenti verranno affrontati. I genitori firmano il modulo di consenso o di diniego.
Mettiamo il caso di una quarta liceo che organizza un ciclo di tre incontri sul tema ‘Relazioni consapevoli e prevenzione della violenza di genere’. I genitori ricevono il programma dettagliato sul registro elettronico. Se una famiglia decide di non dare il consenso, lo studente non viene certo mandato a casa o ‘punito’: la scuola è tenuta a garantire attività alternative, come moduli
di approfondimento in Educazione Civica o Diritto in biblioteca.
C’è poi un dettaglio rivoluzionario ma sacrosanto: per gli studenti che hanno compiuto 18 anni, il consenso non lo firmano più i genitori. A 18 anni si è cittadini maggiorenni a tutti gli effetti, ed è lo studente stesso a decidere in autonomia se partecipare o meno ai percorsi formativi.

Oltre le polemiche: l’importanza del rispetto reciproco

Da studenti e giovani adulti, la sensazione è che il consenso informato non debba diventare una scusa per bloccare il dibattito su temi cruciali. Oggi più che mai abbiamo bisogno di spazi sicuri in cui parlare di rispetto, prevenzione, consenso e gestione delle emozioni. Se la trasparenza e la chiarezza preventiva servono a rassicurare i genitori e a far entrare esperti qualificati nelle classi
senza polemiche, ben venga. L’importante è che il dialogo tra scuola e famiglia non trasformi l’educazione all’affettività in un tabù burocratico.

Sara Appolloni

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